…… forma non s’accorda

Molte fiate all’intenzion dell’arte

Perch’a risponder la materia è sorda

Dante, Paradiso canto I, vv. 127-129

Davanti ad opere pittoriche del ‘400 ci dobbiamo disporre in una prospettiva storica cercando di contestualizzare il fare artistico di quell’epoca.

Si deve evitare di valutare quei capolavori come tali con la consapevolezza attuale del loro passaggio attraverso il tempo e del valore culturale irripetibile che a loro è stato attribuito. L’artista del secolo decimo quinto è inquadrato in un ruolo di artigiano sapiente e colto nonché in grado di produrre manufatti di gran pregio. Il riferimento a Dante non deve suonare come elegante citazione ma come sigla di un modo di concepire l’operare artistico nel Medioevo. Nonostante egli parli di una materia non propriamente fisica è evidente che il valore dell’arte, come di altre attività umane, è indubbiamente lontano da quel grado di genialità a cui spesso noi lo eleviamo nei tempi odierni. L’arte figurativa nella sua implicazione estetica non rientrava nell’ambito della cultura medioevale, infatti tale riconoscimento è tipico della cultura e del pensiero dal Rinascimento in poi.

“Si può credere.. che nell’età di Dante non si avessero gli occhi ben aperti per le artistiche bellezze; il sentimento del pubblico per le arti figurative si sviluppa assai tardi, anche dopo quello del paesaPitturaggio” ha affermato Lionello Venturi.[1]

Il dipingere medievale rientra nello schema qualitativo dell’arte meccanica prettamente manuale, collocata in una scala di valori che da quelli più elevati quasi intangibili giunge a quelli più fisici e terreni. Lo stesso Vasari, in pieno ‘500, definisce l’opera del pittore “per via di mettere” e la contrappone a quella plastica in cui si opera “per via di togliere”, riferendosi in particolare al suo nume Michelangelo. Cennino Cennini nel suo Libro dell’arte esordisce con un riferimento veterotestamentario per spiegare che Adam (che aveva disubbidito a Dio) rinvenne di sua scienza (che era) bisogno trovare modo di vivere manualmente. [2] Cennino pone al vertice delle arti “bisognevoli” la scienza perché è la più degna; appresso di quella séguita alcuna discendente da quella (…) con operare di mano: e questa è un’arte che si chiama dipignere

Poi Cennino si accorge che l’affermazione appare un po’ riduttiva e recupera valore all’arte citando, senza circostanziare, la poesia.

Nell’autore della fine del ‘300, più o meno consapevolmente, affiora il residuo filosofico e moralistico della lotta tra la materia e lo spirito che aveva informato, già a quei tempi, un millennio di Cristianesimo.

Le chiese si avvalevano in modo sempre più esteso di apparati figurativi atti all’informazione, alla catechesi per immagini, ma il residuo fisico materico di esse senza il canto, senza l’invocazione, senza la musica da solo poteva far raggiungere l’incorporeo?

Dante colloca non a caso il discorso sull’arte nel Purgatorio, ovvero in un luogo di pentimento ed di espiazione.

Al confronto dell’opera di Dio (Colui che mai non vide cosa nova, produsse esto visibile parlare, novello a noi perché qui non si trova)[3] quella dell’uomo è faticosa (forma non s’accorda…). Il Canto XI del Purgatorio è incentrato sulla vanità delle cose terrene e dell’operare umano e quindi condanna coloro che si vantano della proprio arte quando quella è destinata immancabilmente ad essere superata. Benché il giudizio non tocchi solo la pittura (credette Cimabue…) ma anche la poesia (così ha tolto l’uno a l’altro Guido la gloria de la lingua) emerge chiaramente nel sommo poeta il retaggio adamitico della condanna che quando non colpisce la fantasia colpisce la fama.

Tutto ciò che attiene allo spirito sarà giocoforza più elevato. Il Medioevo attribuiva perciò all’arte un valore relativo, possiamo dire strumentale, ma non anagogico.[4]

Così esordisce Cenninni:

IL LIBRO DELL’ARTE

FATTO E COMPOSTO DA CENNINO DA COLLE, A RIVERENZA DI DIO, E DELLA VERGINE MARIA, E DI SANTO EUSTACHIO E DI SANTO FRANCESCO, E DI SAN GIOVANNI BATTISTA, E DI SANTO ANTONIO DA PADOVA, E DI TUTTI I SANTI E SANTE DI DIO, E A RIVERENZA DI GIOTTO…[5]

L’incipit di Cennini potrebbe già fugare i nostri dubbi: solo con l’intercessione divina l’opera dell’uomo e quindi anche quella pittorica potrà umilmente r

[1] L’incipit di questo articolo colloca lo scritto su di un piano più specificatamente critico che tecnico in quanto il secondo aspetto non può che prescindere dal primo come a dire, viceversa, che prima si agisce e poi si pensa.   Contributi critici e filologici si possono trovare in merito alla questione in E. CARLI, Dante e l’arte del suo tempo e F. ULIVI, Dante e l’arte figurativa, entrambi inseriti in U. PARRICCHI (a cura di), Dante, Roma 1965.

[2] F. TEMPESTI, Cennino Cennini, Il libro dell’Arte o Trattato della Pittura, Milano 1975, pp.29, 30.

[3] DANTE, Purgatorio, X, 94-96. Dante sottolinea a più riprese che tali sculture sono frutto dell’arte divina, quindi superano non solo la maestria del più grande artista classico (lo scultore greco Policleto), ma addirittura la natura che è a sua volta creazione divina.

[4] E. MALATO, Dante, Roma 2009, p. 276 (per ciò che attiene al termine anagogico).

[5] F. TEMPESTI, Op. cit., p. 29.

Di Massimo Temperini

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Massimo Temperini

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