panoramica-di-albacina-nel-1934Da quanto risulta anche dalla documentazione inedita del Turchi, accurate e molto attente furono le ricerche in sito, tra lapidi ed affreschi, anche in merito alla vicenda scottante del vescovo di Luni e anche presunto vescovo di Tuficum 1. Lo storico canonico di Apiro riporta in proposito anche una preziosa epigrafe dipinta del 1649, rovinata dall’umidità murale della chiesa di Albacina, che ne dimostra la memoria nel tempo che il Venantius in questione fosse episcopus lunensis:

venantivs. epvs. lunensis. fvit.

tempore. gregorii. papae. anno.

domini. 500. de. quo. idem gregorivs

in tertio. dialogor. libro. scribit.

tacendvm. non. est. qvod. venerabilis.

venantivs. epvs. lvnensis. retvlit.

de eridario. epo. lvnensi.

qvi. sva. oratione. alvevm. anseris.

flvvii. mvtavit. idem. venantivs.

epvs. retvlit. savinvm. epvm. placentinvm.

pado. terras. collaesio.

invndanti. in. scriptis. mandasse.

  1. in. alvevm. rediret. et ad

proprivm. alvevm. rediisse

Fuit restauratum anno Dñi 1649

die XVIII mensis Maji

 

Quindi riportò anche la più antica lapide, posta sotto l’altare che ne ricordava la scoperta del corpo nell’XII secolo, ma che dalla fattura secondo il Turchi doveva risalire al XIII-XIV secolo:

vt resonat. psalmns. iacet. hic. venantivs. almvs.

corpus. nam. sanctvm. satis. est. hic. glorificatvm.

in stephani. festo. fvit. inventvm. bene. presto.

anno. milleno. et. centeno. sibi. pleno.

ipse. cvm. primo. corpvs. servatur. in. hvmo.

  1. christi. velle. fvit. inventvmqve. novelle.

nam. manifestvm. venantius. ipse. vocatur.

est. albacine. data. sacra. spesq. medicine 2.

 

Tutto ciò fu utile a lui stesso per giungere a domandarsi quando il corpo del vescovo fu sepolto, e soprattutto cosa ci faceva a Tuficum. E quindi quanto doveva essere importante Tuficum alla fine dell’Impero romano? Il Turchi fece le sue ricerche lungo il fiume Esino, presso la chiesa parrocchiale e negli archivi alla ricerca di una spiegazione o quanto meno delle risposte alle sue domande.

La questione di San Venanzio veniva infatti sollevata dal fatto che di Venanzio di Luni ci sono testimonianze storiche rilevanti.

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Amico di papa Gregorio Magno, Venanzio era succeduto nel 594 al santo predecessore Vincenzo

e negli anni ricevette dal pontefice ben otto lettere che ne indirizzarono la pastorale dell’insigne città. Inoltre, pare che si adoperasse sia per migliorare le condizioni della Diocesi di Fiesole, che per contrastare l’idolatria e le tendenze pagane del paese di origine di un certo Albione. Il suo epistolario termina più o meno con la sua scomparsa. Infatti si sa che la morte lo colse (forse il 7 giugno) nel 603 a Tuficum, dove appunto non è chiaro cosa ci facesse, forse incaricato di una missione apostolica 3.

Altra domanda che si pose il Turchi fu anche il motivo per il quale gli abitanti ed il clero di Luni non avessero richiesto indietro ed ottenuto le sacre spoglie del vescovo. «Non sarebbe fuori di fondamento il congetturare, che il clero e il popolo di Luni ne avesse fatto domanda, o ne avesse tentato il rapimento», ma, come congetturò, magari per particolari prodigi ed il culto manifestatosi non fu possibile, spostare quelle reliquie, riesumate almeno tre volte nel corso dei secoli 4. Ancora oggi ignoriamo cosa ci facesse nei pressi dell’attuale Albacina il vescovo di Luni, città ancora importante, quando il Picenum interno doveva essere piuttosto spopolato e in stato di abbandono anche istituzionale.

La domanda fattasi dal Turchi riecheggiava intanto nella volta della chiesa parrocchiale del paese

e, finalmente, ad oltre mezzo secolo dalla morte si decise di fare luce su parte del mistero, ossia se davvero era lì sepolto il santo vescovo. Si giunse dunque ai primi del XIX secolo a voler svelare almeno parte del mistero e mettersi, piccone alla mano, a fare uno scavo a livello locale sullo stile di quanto avveniva per le tombe etrusche o le piramidi.

Proprio seguendo i dettagli forniti dalla tradizione, dal Sarti e dal Turchi «facendo rifare il pavimento della Chiesa il Sig. D. Paolo Gabrielli Parroco di Albacina, vicino all’altare maggiore in cornu epistolae lo ritrovò di nuovo li 14 Luglio 1823, come mi disse, e mi mostrò la lapide, che vi ritrovò, la quale così dice in caratteri gotici

in nomine christi amen

a reparatione dni. mcxcvii

regnante rigo imperat.

inveni corpvs beatvm

venantii v. kal. ivnii et

hic reqviescit»5.

 

Lo scavo fu scadenzato da un apposito diario manoscritto tenuto dal sacerdote albacinese, seguendo precisi dettami dell’allora vescovo di Fabriano e Matelica, mons. Domenico Buttaoni. Merita di essere letto, almeno per stralci, sia per l’interesse verso l’evoluzione dello scavo archeologico nel primo ‘800, sia per il profilo storico dei rinvenimenti. I lavori iniziarono il 2 luglio e già il 3 luglio, alle ore 20, «sotto la fenestra, ove esisteva la cassetta, o ceppo di S. Venanzio per versarvi le oblazioni, e sotto l’antico braccio di ferro a sostegno della lampada che ardeva in onore di S. Venanzio, ed aventi il demolito altare del Santo, si rinviene un intero cadavere attorniato da muro e mattoni in foglio… ma non era S. Venanzio, e nel 18 dello stesso mese fu riposto in un avello d’un piede riquadrato nello stesso luogo dove fu trovato. Sta distante due piedi dal muro della finestra, due piedi lontano dal muro della finestra, due piedi lontano dal muro dietro l’altare: al fianco, e sopra il nuovo sepolcro (dei preti) oggi (18 luglio 1823) terminato. Nel 4 luglio sterrandosi il presbiterio si trovarono intorno all’altare maggiore sette cadaveri di sacerdoti, i quali furono poi collocati in uno spazio di due piedi riguadrati nello stesso presbiterio a 4 piedi distanti dalla porta della sacristia.

Continuatosi con tutta lena lo sterro, e sfascio dell’altar maggiore si rinvenne pieno di frantumi di scialbi pitturati; ed in terra alquanto sciolta sotto il suppedaneo dello stesso altare maggiore a tre piedi di profondità trovossi (9 luglio) intero di sole ossa con tutti i denti; ed un soave odore si sparse nella Chiesa; si credette S. Venanzio, ma S. Venanzio non era; e fu (3 agosto 1823) riposto dappoi in una cassetta bislunga coperta a mattoni in mezzo ed avanti all’altare maggiore. Ai fianchi di questo cadavere vi erano due fibbie o anelli, segno che era cinto di cilicio. Tanto di questo quanto dell’altro cadavere più sopra mentovato si fecero fogli separati con verbali presenti i testimoni sottoscritti per renderne ragione alla Curia ecclesiastica di Fabriano chiamata ad accedere per la ricognizione.

Nello stesso giorno (9 luglio) a cornu epistolae dietro l’altar maggiore scoprissi un grosso sasso portante rilevata una croce: poi altro sasso rozzo da un lato, con scialbo tutto pitturato, ed incavato a modo di calamaio: ed altri sassi intonacati di scialbi pitturati, ed usati altra volta; attorno l’indicato muro eravi un acquedotto a tener asciutto il murato posto alla profondità di cent. 82 dall’antico pavimento. Rotto il muro e cavato a stento il sasso grande e bislungo riquadrato di pietra dolce (lungo cent. 76 e largo cent. 66) fu con rotoli condotto e collocato fuori chiesa» 6

Finalmente la scoperta del sacro corpo avvenne lunedì 14 luglio intorno alle 12,30 trovando un sarcofago con delle grappe che bloccavano il coperchio e dove era scritto «…Venanti … quiescit…». «Le reliquie – si continua nel manoscritto – erano così poche, che non formavano nemmeno la quarta parte di un corpo umano: né deve recar meraviglia dopo le varie invenzioni. Da esse però si dedusse, non che dai cinque denti ivi rinvenuti, che l’età del Santo era di circa ottant’anni» 7.

Interessante anche quanto si dedusse dall’analisi della ricerca.

«Intorno alla croce e calamaio rinvenuto – scrive poi l’Ambrosini –, può credersi secondo alcuni, che richiami l’epoca delle Crociate quando il nascosero nel 1197,: secondo altri che ricordi un Vescovo cattolico, il quale avesse direttamente corrispondenza con la S. Sede. Non mancano alcuni che credesi che la croce indichi nobiltà di natali ed attinenza a famiglia patrizia, ed il calamaio simboleggi la sapienza, e la dottrina, di che Venanzio sappiamo essere bastantemente fornito, e di tanti pregi adorno». Quanto poi all’iscrizione rinvenuta nella parte interna del piccolo sepolcro che custodiva le ossa del santo, «è composta di caratteri barbari, inegualissimi , e come segnati a graffito sulla pietra, iscrizione con abbreviature, che riportiamo per esteso, ed è come appresso. «In nomine Christi. Amen. A reparatione Domini millesimo centesimo nonagesimo septimo regnante Rigo Imperatore inveni corpus beatum Venantii quinto Calendas Junii, et hic requiescit» 8.

Da notare come venga indicata l’autorità dell’imperatore Enrico VI anziché quella del pontefice regnante (Celestino III), indizio forse di chi compì la riesumazione nel 1197, in un momento travagliato nell’entroterra umbro-marchigiano.

A conclusione di questo breve, ma affascinante viaggio storico in una delle tante ricerche dello storico Ottavio Turchi, restano molti dubbi a cui nessuno per ora ha saputo dare delle risposte definitive. Cosa era Tuficum al tempo della morte di San Venanzio? Cosa ci faceva il vescovo di Luni in questo centro che sarebbe poi divenuto Albacina? Ma poi il vescovo di Luni morì durante il viaggio o era giunto a destinazione? Chi ne conservò la memoria della tomba e quando fu trasferito il corpo nella chiesa parrocchiale? A queste domande speriamo che presto si possano dare delle risposte. Fa piacere intanto che da tempo su Tuficum, le sue origini e la sua fine, si siano accese i riflettori, con preziosi contributi di docenti universitari ed archeologi dell’Università degli Studi di Genova 9. Un tributo forse doveroso da parte dei contemporanei conterranei di San Venanzio.

Di Matteo Parrini

  1. O. TURCHI, Camerinum Sacrum, pp.164-166.
  2. O. TURCHI, Camerinum Sacrum, p. 48-9.
  3. O. TURCHI, Camerinum Sacrum, p. 166; G. CAPPELLETTI, Le Chiese d’Italia dalla loro origine sino ai nostri giorni, Venezia, Stabilimento Giuseppe Antonelli, 1857, vol. XIII, pp.430-432.
  4. R. AMBROSINI, Istoria di San Venanzio Vescovo di Luni titolare della chiesa parrocchiale e patrono di Albacina ove si venera il suo scaro corpo, Jesi, Tipografia Fratelli Ruzzini, 1873, pp.97-98.
  5. Fr. A. BRANDIMARTE, Piceno Annonario ossia Gallia Senonia illustrata, Roma, presso Antonio Boulzaler, 1825, p. 19.
  6. R. AMBROSINI, op. cit., pp.117-119.
  7. R. AMBROSINI, op. cit., p.120.
  8. R. AMBROSINI, op. cit., p.122.
  9. AA.VV., Tuficum in età romana, a cura di Maria Federica Petraccia, Fabriano, Arti Grafiche Gentile, 2013, pp.272.
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The Author

Matteo Parrini
Nato a Jesi nel 1977 e laureatosi presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Macerata, è impiegato presso la Halley Informatica di Matelica. Giornalista pubblicista, negli anni ha collaborato con varie testate locali e a diffusione nazionale, oggi è corrispondente del Resto del Carlino, e direttore della testata Geronimoweb e della casa editrice Geronimo. Da sempre coltiva la passione per la cultura, l’arte, la storia e l’archeologia. Diplomato in Archivistica, ha svolto importanti lavori di recupero, tra cui, quello per la Soprintendenza ai Beni Archivistici delle Marche per la precatalogazione dell’intero Archivio Storico Diocesano di Matelica ed il recupero dell’Archivio della Congregazione di Carità e dell’Opera Pia “Tommaso De Luca”. Presidente dell’Archeoclub di Matelica negli anni 1998-2002, è stato autore di varie pubblicazioni: “Vita e origini del culto di S. Adriano Martire di Nicomedia” (1999), “Guida alle principali bellezze architettoniche, storico-artistiche e naturali della Città di Matelica e del territorio limitrofo” (2005), “Matelica segreta e scomparsa” (2007), “La figura pubblica e privata di Ottavio Turchi. Immagine di uno studioso del ‘700 attraverso la sua corrispondenza privata e le citazioni letterarie” (2009), “In caritate sollicitus. Storie e memorie di San Sollecito” (2010), “La schola grammaticae di Matelica” in “Atti del 550° anniversario di Papa Pio II Piccolomini nella Marca” (2016).

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