Col termine Mark i Longobardi indicavano i territori di confine o comunque quelli lontani dal loro capoluogo che, nell’Italia centrale, era Spoleto. Tali apparivano le zone adriatiche dove le città di Fermo, di Ancona e poi di Camerino diedero il nome a tre rispettive Marche. Il nome rimase anche nei secoli successivi e finì per indicare, al plurale, una intera regione, le Marche appunto.

Delle tre Marche la più estesa era quella di Fermo che in origine ricalcava i confini della V regio Picenum romana

che andava dal fiume Esino a nord fino alla valle del Sangro in Abruzzo includendo i comitati di Camerino e di Ascoli e i gastaldati di Teramo e di Chieti. I territori a sud del fiume Tronto, tuttavia, furono sottratti alla Marca Fermana nel 1081 a seguito dell’accordo tra papa Gregorio VII e il principe normanno Roberto il Guiscardo che stava organizzando in un unico regno l’Italia meridionale. Da quel momento il Tronto rappresentò il confine tra lo Stato pontificio e il Regno di Napoli e, dopo l’unità, tra le regioni Marche e Abruzzo.

All’interno di qu12. Marche e Umbria, 1791este Marche, e di quella di Fermo in particolare, oltre al conte che ne è titolare hanno vasti possessi, per concessione del duca di Spoleto, i monaci benedettini

soprattutto dell’abbazia di Farfa, il vescovo fermano e molti signori di origine franco-germanica. Tra XI e XII secolo intorno alle pievi che fanno capo al vescovo, intorno agli insediamenti monastici e alle residenze feudali si formano centri abitati fortificati che assumono il controllo del territorio dandosi assetti giuridici e amministrativi diversi. La maggior parte di essi finisce sotto il diretto controllo della città dominante a seguito dell’inurbamento dei rispettivi signori, oppure per conquista, per acquisto o per concessione vescovile. Altri rivendicano l’autonomia appoggiandosi all’autorità degli abati e dell’imperatore oppure ponendosi dalla parte del papa.

Il XIII secolo è caratterizzato da una accesa e costante conflittualità tra castelli, città e fazioni

all’interno delle stesse città che si attenua solo con l’arrivo della terribile peste del 1348. Subito dopo il papa, per mettere ordine nei territori che rivendica alla giurisdizione della Chiesa, invia nelle Marche un esercito guidato dal cardinale spagnolo Egidio Albornoz il quale nel 1357 emana le “Constitutiones Aegidianae” alle quali ogni località si sarebbe dovuta attenere all’interno del governo pontificio. Le Costituzioni riconoscevano il ruolo e le prerogative di ogni città o “terra”, dalle maggiori (Urbino, Ancona, Camerino, Fermo, Ascoli), alle grandi, medie, piccole e minori ognuna delle quali aveva facoltà di reggersi con propri statuti pur essendo immediatamente o mediatamente soggette al potere del papa. I luoghi feudali o castelli, invece, non avevano autonomia amministrativa dipendendo dalle città maggiori.

All’interno di ogni terra, pur piccola o piccolissima e persino nei castelli, si sviluppa una classe dirigente che aspira a vivere “more nobilium” e “more urbium”

(come i nobili, come in città) e quindi tende a dotarsi delle strutture e dei servizi tipici della città (molte chiese, opere d’arte, palazzo pubblico, ospedale, medico condotto, banco di prestito, enti assistenziali, scuola pubblica, teatro).

La Marca Fermana alla metà del XIV secolo comprende 60 centri abitati, detti “castelli”, direttamente dipendenti dalla città di Fermo e una decina di cittadine, dette “terre”, indipendenti e soggette direttamente alla Curia pontificia.

La città è governata da un Consiglio Generale di cittadini residenti e possidenti e da un Consiglio di Cernita eletto dalle famiglie più importanti. Nonostante le rivalità interne il comune riuscirà ad ostacolare l’instaurarsi di una signoria come invece avvenne per Urbino con i Montefeltro, Pesaro con i Malatesta e Camerino con i Da Varano. Tuttavia il papa Innocenzo VII nel 1405 impose alla città il nipote Ludovico Migliorati, nominato Rettore della Marca, che si comportò come signore fino a che nel 1428 la città se ne sbarazzò. Alcuni anni più tardi fu la volta di Francesco Sforza che nel 1433 si insediò sulla rocca del Girfalco, poi affidata al fratello Alessandro che la tenne fino al 1446 quando fu costretto dai fermani a lasciare la città. La rocca fu rasa al suolo onde evitare che altri potessero impossessarsene e con essa della città.

La seconda metà del ‘400 fu un periodo di grande sviluppo per le Marche,

grazie soprattutto all’arrivo di un gran numero di immigrati che, in fuga dalle coste dalmate e albanesi per l’avanzata turca, ripopolarono le città della sponda adriatica occidentale decimate dalle epidemie rilanciando l’agricoltura, l’edilizia e i commerci. Attratti dalle prospettive di buoni affari compagnie di mercanti fiorentini, bergamaschi, milanesi insieme a colonie di prestatori ebrei si stabilirono nelle principali città. Anche gli artisti, come i Crivelli, trovarono qui terreno fertile per la loro attività e vi si stabilirono definitivamente.

Nel secolo successivo si consolida definitivamente il potere pontificio: la Marca di Camerino e il Pesarese tornano in mano alla Chiesa; Ancona e il suo porto assumono un ruolo strategico e commerciale importante per contenere il predominio veneziano nell’area; Fermo e Ascoli invece, dopo un periodo di tregua per la mediazione di San Giacomo della Marca, riprendono a combattersi favorendo l’intervento dell’autorità papale. Ad Ascoli alla fine è riconosciuto il diritto ad autogovernarsi mentre Fermo, capoluogo di un ben più vasto Stato o Marca, ottiene di avere per governatore il nipote diretto del papa regnante. Macerata sarà infine scelta come sede del Governatorato pontificio della Marca. Tale assetto verrà modificato soltanto alla fine del ‘700 con l’occupazione francese che istituì i dipartimenti e definitivamente con l’unità d’Italia e l’istituzione delle province.

 

 

Di Luigi Rossi

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