In molti dipinti di ogni epoca compaiono delle armi, sia su rappresentazioni di fatti bellici che nell’iconografia religiosa, su ritratti o su scene mitologiche: la presenza di tali particolari oggetti consente agli studiosi di collocare l’opera in un arco temporale, a volte, molto preciso, offrendo preziose indicazioni per la datazione del dipinto stesso.

Inoltre, l’identificazione tipologica dell’arma serve a comprendere approfonditamente il significato della composizione, quasi sempre ricca di simbologie non facilmente comprensibili attualmente.

La presenza di armi non è mai casuale

e quelle descritte offrono una lettura ben determinata della “scena” ideata dall’artista, vuoi come mera e puntuale descrizione di manufatti in uso in quel momento storico e in quel determinato ambito geografico, vuoi come vera e propria allegoria, basata su precisi significati che ogni tipo di arma possedeva. In poche parole, se si vuol avere conferma della datazione di un quadro e se ne vuole conoscere l’autentico e completo significato, occorre “guardare” i vari oggetti rappresentati e, in particolare, le armi.

Il principio è semplice:

se un’arma databile fra il 1560 e il 1580 è presente in una quadro ritenuto del 1600, possiamo pensare all’utilizzo di un pezzo vecchio da parte di un pittore che non curava troppo la cosa, ma se si tratta di un ritratto guerresco di un principe, il discorso cambia: l’arma DOVEVA essere moderna e alla moda, perché nessun personaggio altolocato si sarebbe fatto ritrarre con un’armatura obsoleta. La dataArmi-Crivelli Modzione del dipinto va, quindi, riconsiderata.

Qui ci occupiamo delle armi presenti nelle opere di Carlo e Vittore Crivelli. Alcuni artisti non hanno mai curato troppo tali oggetti, mentre altri lo hanno fatto costantemente ed in modo molto attento. Il Guercino, per fare qualche esempio, raffigurava spessissimo storte e scimitarre; Paolo Uccello, nei tre grandi dipinti della “Battaglia di san Romano” descrive con grande cura molti tipi di arma in uso ai suoi tempi; Pietro Longhi ritrae in varie opere archibugi da caccia, senza però scendere nei particolari.

I Crivelli non sono particolarmente interessati alle armi,

ma in molti loro dipinti non potevano mancare (un san Paolo senza spada è impensabile) e possiamo oggi esaminarle, alla ricerca di spunti di ricerca.

Le spade sono privilegiate.

Carlo le raffigura, peraltro molto bene, nel polittico di Porto san Giorgio

(oggi, alla National Gallery di Londra), come simbolo (attributo) di san Paolo e brandita da san Giorgio che uccide il drago. Ritroviamo la spada (si vede solo la parte finale del fodero) nel san Giorgio facente parte del “Polittico del 1472”, conservato al Metropolitan Museum di New York; nel san Paolo e nel san Giorgio sul polittico di Ascoli Piceno (Cattedrale di Ascoli Piceno); nel san Michele Arcangelo sul “Polittico minore o di san Pietro Martire” della National Gallery di Londra. Nella “Madonna della rondine” (National Gallery, Londra) vediamo, invece, un san Sebastiano con una sorta di scimitarra ma di nuovo anche un san Giorgio con una spada simile alle altre sopra ricordate.

Vittore rappresenta una bella spada vicino al san Paolo

(questo Santo è riconoscibile dai “segni” del libro e della spada, sempre tenuta in piedi con la mano e mai cinta al fianco) nel polittico di Torre di Palme, nel san Giuliano oggi al Petit Palais di Avignone, nel san Paolo, nel san Michele e nel san Martino sul Polittico di Monte san Martino.

Elenco non completo – basterà pensare allo stupendo san Pietro Martire, con mannarino sulla testa e “daga a rotelle” infissa sul petto, nel polittico di san Domenico di Camerino, oggi a Brera) o al coltello descritto minuziosamente con la “marca” dell’artefice, nel san Bartolomeo sul polittico di Ascoli Piceno – ma indicativo. Entrambi i pittori (Carlo 1430 c. – 1495 e Vittore 1440 c. – 1501/1502) ritraggono le spade ricordate, che sono di vari tipi: il san Paolo del Polittico di Ascoli Piceno, tanto per fare un esempio, sorregge una grossa e lunga spada, detta “da una mano e mezza”, con impugnatura generosa e lama larga sgusciata al centro. Nella maggior parte, però, è presente una “spada da stocco”, con lama a sezione rombica oppure piatta con forte costolatura longitudinale al centro.

Che cos’è una “spada da stocco”?

Fino a buona parte del ‘300, l’armamento difensivo non aveva fatto troppi progressi e pure la spada non si differenziava molto da quella di parecchi secoli prima. Poi, la difesa mette in campo delle “piastre” d’acciaio, destinate in pochi decenni a costituire l’armatura che tutti conosciamo, impenetrabili dalle spade dell’epoca, a lama larga, con doppio filo e appena appuntite, pensate per menare “fendenti”, cioè colpi di taglio, efficaci contro protezioni di cuoio bollito o maglia di ferro.

Adesso la difesa “a piastre” non è vulnerabile con fendenti e occorre una lama lunga, appuntita e molto robusta, per un’azione “di stocco”, cioè di punta, verso i punti scoperti fra le piastre ovvero in grado di sfondare la maglia d’acciaio, penetrando fra gli anelli che la costituiscono. Lo “stocco” vero e proprio è dotato solo di un apice appuntito su un ferro molto robusto, ma poi viene fuori la “spada da stocco” o “di stocco”, che è una vera e propria spada, con lama non più larga, molto tagliente in ambo i lati e poco appuntita, bensì robusta, poco affilata ed acuminata.

Studiando i quadri dei due Crivelli, vediamo una vera panoramica di questo tipo di spada, con le sue varianti e con i particolari del pomo, dell’impugnatura, del fodero.

Insomma, una intrigante lettura dei loro capolavori, che c’introduce in ambiti inaspettati.

Di Paolo Pinti

Paolo Pinti

The Author

Paolo Pinti
Avvocato libero professionista. Da trent'anni s'interessa di museologia e museografia, curando progetti e allestimenti di vari musei e di mostre in varie parti d'Italia. In particolare, ha catalogato l'Armeria di Palazzo Farnese a Piacenza, progettandone l'allestimento e le attività di divulgazione; ha catalogato le armi antiche del Museo di Ripatransone, di Sarnano, Forlì; ha ideato e realizzato il museo di Armi Antiche nella fortezza di Acquaviva Picena, la Mostra di Armi Antiche a San Vittore di Genga e quelle di Tolentino, Macerata e San Severino. Ha conoscenza diretta e approfondita delle problematiche relative alla gestione di un museo, sotto il profilo amministrativo-burocratico (è autore di un manuale edito dalla Giuffrè su IL COMUNE E I BENI CULTURALI), sotto quello scientifico (in vari convegni nazionali si è occupato della catalogazione e divulgazione dei materiali nei musei, identificando criteri di selezione degli stessi), sotto quello prettamente museologico (attività collaterali e didattiche, pubblicazioni, visite, orari, pubblicità e sponsor, ecc.), sotto quello museografico) (allestimento e progettazione vetrine, collocazione materiali, didascalie, ecc.). L'esperienza è arricchita da conoscenza diretta di centinaia di musei in tutto il Paese e all'Estero, dei quali ha annotato pregi e difetti, sia organizzativi che espositivi e di catalogazione. In ambito più strettamente locale, ha conoscenza di tutte le realtà museali (di ogni settore) marchigiane e umbre, nonché delle collezioni private di armi antiche più significative, delle quali in molti casi ha curato l'aspetto scientifico. La conoscenza della legislazione dei beni culturali e della prassi burocratica vigente gli viene da un'esperienza di oltre venti anni nel settore specifico, nonché dalla sua attività professionale, essendosi occupato da sempre di processi per reati attinenti i beni culturali. Proprio per la specifica preparazione nei tre settori - quello scientifico in relazione al bene/oggetto, quello museale e quello giuridico - l'approccio allo studio del diritto dei beni culturali si fonda sulla concreta integrazione dei rispettivi ambiti, con un'ottimale visione d'insieme, quale ci si aspetta da chi andrà ad operare fattivamente in uno degli stessi.

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