Non fa quindi scalpore il fatto che importanti curtes della zona più settentrionale dell’espansione farfense nella Marca, subissero intricate vicende in questo periodo. La curtis di Sant’Abbondio, ad esempio, prima fu venduta dall’abate Ildebrando ai figli di Grimaldo, per passare poi alle dirette dipendenze della canonica di San Severino (comprese le decime) e restare nominalmente, ancora nel 1116, una dipendenza ecclesiastica dell’abbazia di Farfa 1

monacesca-2La decadenza proseguì comunque anche sotto i successori abati di Farfa dell’epoca degli imperatori Ottoni di Sassonia: ricatti, violenze, accuse di simonia e perfino qualche estesa rivolta, come quella del 1007, caratterizzarono il clima in tutte le Marche ed in particolare nella Marca di Camerino 2.

Agli storici (e potenzialmente agli stessi archeologi in alcuni casi) resta comunque ancora da identificare con certezza alcune delle proprietà citate nella documentazione rimasta.

Grande discordanza si evidenzia sula stessa ubicazione dell’importante curtis di San Vito.

Da chi la vorrebbe in territorio settempedano, nei pressi dell’attuale Castel San Pietro a chi nei pressi di Granali di San Severino, ossia ad Ugliano 4 (vi si trovava la chiesa di Sant’Abbondio de Granalibus), a chi nei pressi dell’attuale pieve di San Zenone nei pressi della frazione di Selvalagli di Gagliole 5, per lo più da deduzioni toponomastiche o da somiglianze terminologiche derivanti dal diffusissimo etimo di agellus, diminutivo del latino ager, ovvero piccolo campo. Sinceramente mi sembra che talvolta si rischi in questo modo perfino di cadere in una metonimia e tanto più sono state rimaneggiate le carte ed i luoghi, tanto più diventa indispensabile per chi fa ricerca appurare de visu quanto le carte sembrano apparentemente trasmetterci.

Una analisi più attenta delle carte e dei luoghi infatti ci consente di conoscere nello specifico l’ubicazione di questa curtis

posta a confine tra la Valle Cupa e la Valle Mateliciana. Infatti i toponimi riportati si conservarono a lungo in quell’area ed in una carta dell’Archivio segreto comunale, datata 19 agosto 1311, citata dallo stesso storico Camillo Acquacotta, si può leggere chiaramente l’ubicazione di questo possedimento divenuto fin dal 1233 parrocchia rurale nell’agro occidentale di Matelica, lungo la strada che portava verso l’antico diverticolum romano della Flaminia e confinante con l’altra antica parrocchia di Sant’Angelo di Camuriano o Camoiano: «[i confini] della prima cominciavano dal fossato che dalle rote di Morici scende al gorgo di Terrigoli, e si estendevano fino al trivio della villa nuova, di là per la strada di Coina andavano al trivio di Pastojano, e poi discendendo lungo la strada fino al molino di Corrado Bernardi: finalmente seguitando il rigo di Acojano terminavano al Sasso Pezzuto verso la Chiesa di S. Angelo. Gli altri di S. Vito si partivano dalla strada coina e procedevano al trivio di Pastojano, e da questo fino al rigo di Acujano verso la detta Chiesa di S. Vito» 6.

Si tratterebbe quindi di un possedimento, posto sulla sommità del colle detto Monte San Vito, spopolato a seguito delle tremende conseguenze della peste nera e ridotto quindi ad una parrocchia rurale, trasformata poi in cappella della famiglia De Sanctis verso fine XVIII secolo 7

La «curtem sancti viti» è più volte citata «in comitatu camerini», situata «in valle maina» e, nei diplomi degli imperatori Corrado II, Enrico III ed Enrico IV, risulta affidata ormai a dei feudatari locali: «filii alberici gozo et albizo per scriptum ab episcopo hugone» 8

Si tratta di Gozo (un toponimo con questo nome si è conservato fino a poco più di un secolo fa nella zona di Terricoli), figlio di Alberico, e Albizo, che l’avevano ottenuta per scriptum dal vescovo Ugone. Gli stessi Gozo, Alberico, Lupone (altro nome che ricorda il toponimo di Colle di Lupone, presso l’attuale Monte Pulischio) ed Ofredo, figli del conte Alberico, e Alberico e Monaldo, figli di Monaldo, nel 999 avevano versato all’abbazia di Farfa cento soldi per l’acquisto di alcuni beni presso Pasturiano sul Monte San Vito (la località citata nella succitata pergamena del 1311, a confine tra Monte San Vito e la località Subbiano) e per la stessa curtis con 500 moggi di terra che confinavano con la strada pubblica per il fondo di Agellum (la località attigua, oggi denominata Geglia) 9.

In questo periodo l’abbazia di Farfa deve essere stata quindi defraudata

di questo possesso e non deve essere una coincidenza se per la prima volta, nel diploma imperiale di Enrico V non viene neppure menzionata. La curtis di San Vito rimase comunque nel tempo una relativamente importante comunità ecclesiastica: ciò risulta non solo dal titolo parrocchiale, ma anche dalla documentazione del 1233, dove si evidenziano le decime che vi si pagavano già a quel tempo 10.

Purtroppo della curtis di San Vito, oggi situata in un appezzamento privato recintato, si è salvato ben poco: più volte restaurata, fu prima spogliata e poi demolita dal conte Filippo De Sanctis a fine ’700, facendone rimanere le tracce delle mura esterne e la pavimentazione di mattoni, che sprofondò nel tempo, riportando alla luce le sepolture già ai primi del XX secolo. Oggi è ben visibile il luogo in cui si trovava l’antica chiesa sul punto più alto della collina. Attorno si notano dei gradoni, moltissimo pietrame e tracce fittili, sia di epoca medievale che romana.

monacesca-1

Tra le altre proprietà site in quest’area invece e che emergono dagli scritti farfensi ve ne sono altre dove l’ubicazione è da sempre pacifica. Un caso è la chiesa di Sant’Angelo di Lanciano, nei pressi dell’attuale Borgo Lanciano, area già frequentata in età romana ed attestata ai farfensi fino al 1118, per poi passare di lì a poco all’ordine ospedaliero dei Crociferi e dipendere successivamente dall’hospitalis di San Cristoforo (in seguito di San Sollecito) di Matelica 11.

Capitolo a parte merita poi la già citata «curtem de salabona»

che doveva trovarsi nei pressi della località di Salomone e la Monacesca lungo la strada per Cerreto d’Esi: «Ab uno latere usque terram taciperti et cameronis, et desuper usque viam publicam, de suptus usque terram Sancte Marie». La Monacesca, non solo nel toponimo ricorda l’origine monastica, ma la sua stessa struttura, poi riadattata ad uso residenziale ed agricolo nel corso dei secoli, presenta la forma di un chiostro e probabilmente di una torre campanaria, e la tradizione popolare indica ancora senza ombra di dubbio il «pozzo dei monaci». Salabona è citata per la prima volta in un atto del 3 maggio 834, redatto a Camerino, per uno scambio di terre tra Ratelmo, figlio di Rattone, e l’abbazia di Farfa, per essere di nuovo citata anche nei diplomi imperiali degli Ottoni, di Corrado II, Enrico III, e quindi in un privilegio pontificio di papa Leone IX del 1051, traccia forse delle lotte per le investiture feudali 12.

I farfensi nello stesso periodo si impossessarono oltre che di Salabona anche di Valle Cupa o Valle del Cupo. Anche questa proprietà sembra di facile identificazione, grazie alle indicazioni riportate ed ai toponimi conservatisi nel tempo, tant’è che ancora oggi la vallata che scende dalla frazione di Palazzo di Esanatoglia è nota tra i più anziani come la Valle Cupa o del Cupo. Là si trovava già nel 1054 la cappella di San Salvatore (titolo conservato dalle chiese che vi furono edificate o restaurate successivamente e che ancora oggi porta la chiesa di Palazzo, da pochi anni restaurata), dipendente dalla pieve di S. Cipriano del Tronto, come stabilito dal vescovo di Fermo Ermanno che la concesse in perpetuo a quei canonici insieme ad altri beni 13.

Il luogo concesso era particolarmente importante

nei pressi di un incrocio montano che portava alla Flaminia, verso Matelica e Camerino o, a nord, verso le vallate montane circostanti le sorgenti del fiume Esino e gli antichi insediamenti di Attidium, Sentinum e Tuficum (una zona di intensi traffici che attorno all’anno 1000 si arricchì di numerosi monasteri ed abbazie benedettini). Non stupisce quindi se l’area in questione passò presto sotto il dominio della famiglia Malcavalca e quindi zona contesa dell’espansionismo di Camerino con i centri vicini. Nel 1198 comunque il nome della chiesa di San Salvatore di Vallecuiana risulta essere una dipendenza della vicina abbazia benedettina di San Michele Arcangelo infra hostia, quindi nel 1263 sotto il giuspatronato dei nobili di Castel Santa Maria, imparentati con la famiglia Ottoni e che in quell’anno decisero di cedere le loro proprietà al Comune di Matelica 14.

Lo spazio del villaggio di Palazzo oggi si presenta con svariati punti di interesse per una ricerca più approfondita: non solo il nucleo originario medievale, più volte rimaneggiato e in gran parte legato al palatium che sorgeva al suo centro, ma anche le tracce di un’antica cava di pietra nei pressi ed altre pertinenze da non sottovalutare.

 

Di Mattero Parrini

 

  1. R. PACIARONI, Qualche ipotesi sull’evoluzione della pieve di Settempeda, in «Miscellanea Settempedana», vol. V (1991), San Severino Marche, 1991, p.142.
  2. D. PACINI, Per la storia medievale di Fermo.. op. cit, pp.298- 300.
  3. D. PACINI, I monaci di Farfa nelle valli Picene del Chienti e del Potenza (secoli VIII-XII), in I Benedettini nelle valli del Maceratese, «Studi maceratesi», Macerata 1966, p. 144.
  4. G. CONCETTI, La canonica di S. Severino in San Severino Marche, Sassoferrato, 1966, p.231 n. XXV; R. BERNACCHIA, Santa Vittoria in Matenano e l’incastellamento nella Marca fermana del X secolo, in «Farfa abbazia imperiale. Atti del Convegno», 2002, p.179; S. VIRGILI, op.cit., p.48.
  5. B.FELICIANGELI – ROMANI, Di alcune chiese rurali della Diocesi di Camerino, in «Atti e memorie della Deputazione di Storia Patria per le Marche», Ancona 1907, v. IV, fasc. III, p.275.
  6. C. ACQUACOTTA, Memorie di Matelica, Tipografia Baluffi, Ancona, 1838, p.150 n.2.
  7. G.A. VOGEL, Indice cronologico delle pergamene, carte, e libri dell’Archivio Segreto di Matelica, ms. Archivio storico comunale di Matelica, p.217 n.975 (19 gennaio 1348) .
  8. GREGORIUS CATINENSIS, op.cit., vol. II, pp.96, 288.
  9. Liber Largitorius vel Notarius monasterii Pharphensis, a cura di G. ZUCCHETTI (Regesta chartarum Italiae dell’Istituto Storico Italiano), Roma 1913, vol. II, p.318, n.2066.
  10. O. TURCHI, Camerinum sacrum, Roma, Tipografia De Rossi, 1762, doc. XXXVII (a.1233), p. LXIX.
  11. B. CLERI, Homo viator: nella fede, nella cultura, nella storia : atti del Convegno, Tolentino (Macerata), Abbazia di Chiaravalle di Fiastra, 18-19 ottobre 1996 , Quattroventi 1997, p.168; S. VIRGILI, op. cit, p.49.
  12. Lo storico Acquacotta era convinto che «Val cupa» dovesse corrispondere al «Cupo di carapelle presso la strada che mena a Cerreto nel sito controverso con Fabriano», per poi però sostenere che la «abbiamo la valle Cujana verso S. Natoglia, ed il monte che la sovrasta appellasi S. Vito, e v’ha pure la Chiesa dedicata a questo Santo. Si vegga la Cronaca Farfense presso il Muratori col. 424 e 425», C. ACQUACOTTA, op. cit., p.45, n.2; D. PACINI, Per la storia medievale di Fermo.. op. cit, pp.240, 305.
  13. C. MAZZALUPI, La Terra di Santa Anatolia, Mierma Editrice, Camerino 1996, pp.71-72.

 

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The Author

Matteo Parrini
Nato a Jesi nel 1977 e laureatosi presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Macerata, è impiegato presso la Halley Informatica di Matelica. Giornalista pubblicista, negli anni ha collaborato con varie testate locali e a diffusione nazionale, oggi è corrispondente del Resto del Carlino, e direttore della testata Geronimoweb e della casa editrice Geronimo. Da sempre coltiva la passione per la cultura, l’arte, la storia e l’archeologia. Diplomato in Archivistica, ha svolto importanti lavori di recupero, tra cui, quello per la Soprintendenza ai Beni Archivistici delle Marche per la precatalogazione dell’intero Archivio Storico Diocesano di Matelica ed il recupero dell’Archivio della Congregazione di Carità e dell’Opera Pia “Tommaso De Luca”. Presidente dell’Archeoclub di Matelica negli anni 1998-2002, è stato autore di varie pubblicazioni: “Vita e origini del culto di S. Adriano Martire di Nicomedia” (1999), “Guida alle principali bellezze architettoniche, storico-artistiche e naturali della Città di Matelica e del territorio limitrofo” (2005), “Matelica segreta e scomparsa” (2007), “La figura pubblica e privata di Ottavio Turchi. Immagine di uno studioso del ‘700 attraverso la sua corrispondenza privata e le citazioni letterarie” (2009), “In caritate sollicitus. Storie e memorie di San Sollecito” (2010), “La schola grammaticae di Matelica” in “Atti del 550° anniversario di Papa Pio II Piccolomini nella Marca” (2016).

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