Per tutto il Quattrocento pittura e danza condividono alcuni modelli estetici ed etici propri dell’universo umanistico. Entrambe le discipline aspirano, in questo periodo, ad essere riconosciute come arti liberali nel tentativo di distaccarsi da mera attività artigianale1;

i trattati sull’argomento che spiccano per contenuto ed emblematicità sono due:

il “De Pratica Seu Arte Tripudii” opera del maestro di danza Guglielmo Ebreo e il “De Pictura” dell’umanista e architetto Leon Battista Alberti.

I due illustri teorici furono sensibili innovatori e indirizzarono il proprio operato alla ricerca di un “nuovo stile”2 caratterizzato dal comune denominatore della Matematica e identificato dal termine chiave Misura o Mesura , espressione degli ideali di bellezza rinascimentali ereditati dall’arte classica: armonia, proporzione, simmetria ed equilibrio.

E’ la Matematica a rendere la Pittura e la Danza arte e scienza allo stesso tempo

e a legittimarne lo status: da un lato attraverso la Prospettiva con le sue regole che ci restituiscono una realtà nella quale tutto diventa misurabile ed ogni cosa acquista un rapporto di proporzione e dall’altro attraverso lo stesso stretto legame tra musica (scienza matematica) e movimento nello spazio.

Lo spazio rinascimentalbenozzo gozzoli_danza_di_salome_1462e, in cui l’Uomo è protagonista, artefice di sé stesso, consapevole del proprio ruolo nel mondo, è dunque anche lo spazio in cui danzare, luogo ideale di espressione di “affetti” organizzati da regole, uno spazio intellettuale nel quale passi, movimenti e percorsi creati dallo sviluppo della coreografia sono l’estrinsecazione di moti dell’animo.

 

«La qual virtute del danzare non è altro che una actione demostrativa di fuori di movimenti spiritali, li quali si hanno a concordare colle misurate e perfette consonanze d’essa harmonia, che per lo nostro audito alle parti intellective et ai sensi cordiali con diletto discende, dove poi si genera certi dolci commovimenti, i quali chome contra sua natura richiusi, si sforzano quanto possano di uscire fuori e farsi in atto manifesti»3.

Il passo tratto dal De Pratica di Guglielmo Ebreo chiarisce molto bene tale aspetto.

Nell’opera egli ci dice anche che:

«Qualuncha virtuosamente la scienza et arte del danzare con lieto animo et colla mente sincera e ben disposta seguir vuole, bisogna che prima con fermo cuore et con speculante mente et considerazione intenda in generale che cosa sia danzare, el la vera definitione che altro non è che un atto demostrativo concordante alla misurata melodia d’alchuna voce ovvero suono. Il qual atto è composto et colligato con sei regule ovvero particelle principali. Le qual son queste seguenti, cio e misura. memoria. partire di terreno. aire. maniera e movimento corporeo»4.

Come vediamo, tra le regole suggerite da Guglielmo necessarie ad una pratica virtuosa della danza e per le quali essa può definirsi scienza oltre che arte, la prima è proprio la misura.

Essa indica il danzare a tempo «secondo il suono concordante». La misura «mostra il tempo di passi sempij et di passi doppij & di tutti gli altri tuoi movimenti & atti alla ditta arte condecenti et necessarij, senza la qual misura sarebbero imperfetti»5.

Note al testo

1 a. Pontremoli, p. La Rocca, Il Ballare Lombardo, ed. Vita e Pensiero, Milano 1987, p.57

2 B. Sparti, Humanism and the Arts: parallels between Alberti’s On Painting and Guglielmo Ebreo’s On…Dancing” in Dance, Dancers and Dance-masters in Renaissance and Baroque Italy, a cura di Gloria Giordano e Alessandro Pontremoli – pubblicazione realizzata per gentile concessione di Davide e Donatella Sparti – Massimiliano Piretti editore 2015

3 B. Sparti, Guglielmo Ebreo da Pesaro: De Pratica seu arte tripudii / On the practice or art of dancing, Clarendon Press, Oxford 1993, p.88

4 Ivi, p. 92

5 Ivi, pp. 92, 94.

Di Enrica Sabatini

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Enrica Sabatini

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